Signatura rerum. Segni, magia e conoscenza da Paracelso a Leibniz
La teoria paracelsiana delle signaturae — la somiglianza morfologica di una pianta medicinale e di una parte del corpo umano starebbe a indicare una specifica attitudine della prima a curare la seconda — viene analizzata dall’autore come un momento del processo storico attraverso cui il conoscere viene sempre più chiaramente riconoscendo la sua natura simbolica; ne viene quindi ricostruito lo sviluppo storico, dalle sue premesse all’interno del pensiero mitico fino ai suoi esiti nella filosofia del ‘600. In Paracelso la dottrina in questione acquista senso in rapporto alla sua dialettica di interno ed esterno, visibile e invisibile, corporeo e immateriale: l’apparenza esterna di un vegetale manifesta la sua invisibile virtù interna così come, in generale, una pura essenza è rivelata dal sostrato corporeo al quale necessariamente aderisce, un’idea si esprime nelle sue realizzazioni concrete, un archetipo nei suoi ectipi. Un ulteriore sviluppo di questa idea si ha in Böhme, dove essa è sollevata dal piano della medicina e della filosofia naturale a quello della teologia: qui è l’intera creazione che diviene la signatura di Dio, la cifra attraverso cui la pura e impredicabile essenza della divinità comunica e esprime se stessa. Seguendo tale filo conduttore, l’autore illustra le trasvalutazioni e le rielaborazioni del tema in autori come Herbert of Cherbury, Kepler, Bisterfeld, Leibniz, fino alla sua eclisse nel secolo successivo e al fugace revival nella filosofia del Romanticismo



